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Del doman non v'è certezza...davvero?

Guardando alcuni profili social dei miei studenti non posso non richiamare alla memoria i versi di Lorenzo il Magnifico “Quant’è bella giovinezza/che si fugge tuttavia/chi vuol esser lieto sia/del doman non v’è certezza”.

 

Mai come oggi, invece, in questo tempo liquido e digitale, del doman v’è assoluta certezza per questi giovani, perché ogni giorno costruiscono con meticolosa superficialità un’immagine che di qui a pochi anni potrebbe esplodere tra le loro mani.

 

I maschi mostrano con orgoglio i propri muscoli, tartarughe lambite dagli elastici griffati della biancheria intima, la loro “virilità” nascente fatta di sigarette e alcool. Le ragazze fanno sfoggio delle loro curve, di un trucco troppo carico che fa da contorno ad espressioni ammiccanti da donne navigate.

 

Accanto ai loro nomi l’anno di nascita…2000-2001-2002-2003-2004-2005…ancora bambini o poco più, che giocano a fare i grandi buttandosi via nella piazza virtuale. Una piazza che, nel bene o nel male, non ti dà scampo, che un giorno ti glorifica di “like” e il giorno dopo ti affossa con i peggiori insulti.

 

Non posso non chiedermi perché – ancora così piccoli – desiderino mostrarsi in questo modo. Perché al centro del loro mondo ci sia tutta questa corporeità, questa esteriorità. Perché già a 12 anni ti confessino che lo fanno per la popolarità, per i “like”, per i soldi. Già…i soldi…il dio che muove tutto: ragazzini che discutendo dell’efferato omicidio ferrarese compiuto da due loro coetanei qualche settimana fa, ti dicono che per soldi ucciderebbero anche loro, dipende solo dalla cifra, come se tutto fosse un immenso videogioco.

 

Viviamo in una società che proibisce l’omicidio, l’uso e lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione, la discriminazione, il gioco d’azzardo e allo stesso tempo permette che i più piccoli entrino in contatto con queste pratiche nei videogames, per gioco.

 

E così per gioco si uccide, si fa violenza, ci si sballa, ci si ubriaca a 7/8 anni; per gioco ci si mostra, ci si svela, ci si spoglia. L’importante è immortalare e immortalarsi, non importa a scapito di cosa; l’importante è dimostrare che si era lì, che si è fatta quella cosa perché solo fermando con una foto o con un video quel momento proviamo al mondo che quel momento è stato davvero vissuto.

Identità che si strutturano sui “like” ricevuti, sicurezze che si fondano sulle conferme digitali degli altri.

 

Eppure io sono persuaso che questi ragazzi siano e vogliano molto di più…solo che forse nemmeno loro lo sanno. E non lo sanno perché nessuno glielo dice, nessuno glielo racconta, fin da quando sono piccoli. Nessuno mostra loro altri modelli, altre strade da seguire, altri esempi da imitare e quando ce ne accorgiamo forse è troppo tardi.

 

Sono ancora troppo giovani perchè sia tutta colpa loro oppure tutta colpa della tecnologia. In una ragazzina di 12 anni che si fa un sexy selfie non c'è un problema di tecnologia ma un problema di percezione di se stessa: che cos'è per lei l'affettività, la relazione con l'altro? Quali input avrà ricevuto per ritenere che quella sia la scelta giusta per confidare ad un coetaneo che è interessata a lui?

Certo c'è la pubblicità, la televisione, i manifesti patinati. Ma prima di tutto questo, c'è e ci dev'essere un mondo di adulti che educa questi ragazzi al rispetto di se stessi e degli altri.

 

Una volta si chiamava educazione collettiva: se facevi una marachella nel cortile sotto casa, che a riprenderti fosse uno dei tuoi genitori o quelli del tuo vicino non cambiava nulla. Oggi come adulti siamo terrorizzati di entrare nelle scelte educative degli altri genitori; abbiamo paura di farci prossimi perchè "non sono affari nostri". E invece lo sono eccome! Perchè se è vero che "per crescere un fanciullo ci vuole un intero villaggio", come recita un noto proverbio africano, è altresì vero che il mondo adulto deve porsi alcune domande importanti su ciò che vediamo oggi in molte scuole e in molte relazioni tra preadolescenti e adolescenti.

 

Questi ragazzi saranno gli adulti di domani. Aiutiamoli a crescere e facciamo di loro uomini e donne degni di questo nome.

 

 

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