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Blue Whale o non Blue Whale: questo...non è il problema.

 

Posso dire la mia su Blue Whale?

Da giorni sui social (specialmente dopo il servizio de LE IENE di una settimana fa) non si fa altro che parlare di questo presunto gioco: da una parte i preoccupatissimi e dall'altra i cacciatori di fake news.

La questione è: questo "gioco" esiste per davvero e rappresenta una minaccia concreta per i nostri figli, oppure è l'ennesima bufala imperversante in Rete?

Potremmo star qui per giorni (come di fatto succede) a rispolverare vecchie notizie che parlavano di questa pratica già diversi mesi fa, di esperti che ci propinano varie teorie, oppure sostenere che il servizio della nota trasmissione di ITALIA 1 non abbia affrontato il tema in modo completo...

Indipendentemente da come la si veda, il vero problema da affrontare non è questo.

Ieri pomeriggio, nello spogliatoio della piscina dove va a nuotare il mio bimbo più piccolo (6 anni), le conversazioni dei suoi coetanei vertevano principalmente su quale sarà il prossimo videogame che chiederanno ai genitori: i più gettonati erano tutti giochi sconsigliati ai minori di 18 anni (!!!).

Il problema non è l'abisso nel quale i giovani si lanciano con il Blue Whale ma quello che hanno dentro. Un abisso spesso riempito dalla prima moda che passa sul Web o dal gioco che tutti a scuola fanno o ancora dalla bravata di turno.

Che il macabro gioco delle 50 regole esista o meno, il punto vero è che di per certo su Internet ci sono video di suicidi, di omicidi e di autolesionismo, a prescindere da Blue Whale; ci sono tutorial che spiegano alle giovani teenager come diventare bulimiche o anoressiche, a prescindere da Blue Whale; c'è il "gioco" del Flash indiano (ovvero dello svenimento indotto) o quello dello Dog Spinning (una pratica di violenza sadica contro i cani), a prescindere da Blue Whale. Ci sono le esecuzioni dell'ISIS e ogni forma possibile di pornografia (e pedopornografia).

E allora - riprendendo un bell'articolo di Alberto Pellai - dico con lui che se un merito tutta questa vicenda ce l'ha è stato quello di fare luce su una grande verità: "per molti di noi la vita online dei figli è davvero avvolta nel mistero più totale. Ciò che sono, ciò che dicono, ciò che fanno lì dentro è coperto da segreto assoluto. “Hanno diritto alla loro privacy”: questa è la frase di molti genitori che – in nome della privacy da garantire ad un preadolescente - lasciano praticamente orfani i propri figli nella loro esistenza online.

[...] Vi invito a riflettere sulla motivazione che ha generato così tanta ansia e panico in noi genitori, di fronte a questa “probabile” Fake News. Forse davvero siamo spaventati da ciò che i nostri figli fanno e sono nella loro vita online. Ed essere genitori spaventati non è di alcun aiuto per sostenere la crescita di un figlio. Meglio diventare genitori consapevoli. Ovvero trovare un modo per stare al loro fianco, anche nella loro vita online, che non può diventare una “zona franca” dove tutto può succedere. Perché in tale caso tra qualche mese un’altra notizia stile “Blue Whale” ci troverà nuovamente in preda all’ansia e pieni di panico."

Un'ultima cosa: si dice che i ragazzi prima di lanciarsi nel vuoto, lascino un messaggio sui social: "Siamo figli di una generazione morta".

Da rappresentante di quella generazione mi sento interpellato non da Blue Whale bensì ogni giorno per dar loro una risposta che sia carica di senso e di speranza.

 

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