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L'educazione e l'aria condizionata

 

In questi giorni di caldo torrido, spesso ci siamo ritrovati a benedire colui (o colei) che ha inventato l’aria condizionata. Ci infiliamo nei negozi per trarne refrigerio; in macchina la teniamo “a palla”; trascorriamo più tempo del dovuto in coda alle Poste per poter godere ancora un po’ di quella temperatura respirabile prima di tornare nel girone infernale dei senza fiato. Con quale esito? Che più ci abituiamo al fresco dell’aria condizionata, meno sopportiamo il caldo del clima esterno.

Ne parlavo proprio l’altro giorno con mio figlio, raccontandogli di un indimenticabile viaggio verso la Sicilia con l’Alfa 33 grigio antracite del mio caro amico Paolo, carichi di bagagli e rigorosamente senza aria condizionata. Mille chilometri e passa a finestrini aperti con l’aria (torrida) che ti entrava in macchina mescolandosi persino al fumo di qualche sigaretta. Correva l’anno 1995 ed eravamo degli universitari ventiquattrenni, pronti a vivere una splendida estate.

Sono passati poco più di vent’anni e credo che quel viaggio senza aria condizionata io e i miei tre compagni di avventure non lo potremmo rifare. Non solo perché sono comparsi parecchi capelli bianchi (e in qualche caso sono pure scomparsi i capelli) ma perché anche noi, come tutti, ci siamo ormai abituati all’agio di questa invenzione, e ti tante altre.

Per mio figlio quindicenne è inconcepibile un mondo senza aria condizionata, senza connessione, senza Youtube…eppure è il mondo di ieri o dell’altro ieri. Non sono di certo trascorsi secoli!

Comprendo, parlando con gli adolescenti (e non solo) ciò che molto bene descrive Alessandro D’Avenia nel suo bellissimo libro L’arte di essere fragili: “Questa generazione di adolescenti è più rapida delle precedenti, entra in contatto con molto più mondo in meno tempo, conosce più cose della mia, ma ha anche un punto debole: ha meno criteri di decodifica dei messaggi, non sa da dove si prenda il mondo, indossa la realtà spesso al contrario, come una maglietta in cui non si distingue il davanti dal dietro, l'esterno dall'interno. Trova la soluzione a furia di provare e riprovare, se non si scoraggia prima. Abbiamo dato loro tutto per godere la vita, ma non abbiamo dato loro una ragione per viverla. Abbiamo scambiato la felicità con il benessere, i sogni con i consumi. Il risultato è una generazione spesso perduta in un deserto di noia, a caccia di oasi di senso, intrappolata in miraggi emotivi necessari a risarcire una profonda solitudine [...]”.

In sostanza più ci rendiamo facile la vita, più ci disabituiamo a viverla. E questo va di pari passo con l’educazione, perché più anticipiamo la soddisfazione dei bisogni dei ragazzi, più li rendiamo incapaci di sviluppare quelle competenze che permettano loro di rispondere autonomamente a quegli stessi bisogni. Tutto ciò dà la stura alla cultura del “dare per scontato”, del non impegnarsi per ottenere un risultato, della gratificazione istantanea, come la definisce magistralmente Simon Sinek parlando dei Millennials.

Dobbiamo imparare, o meglio reimparare, ad essere maestri e testimoni di meraviglia; riportare i nostri ragazzi a desiderare e a soffrire per raggiungere quel desiderio. Altrimenti se si abitueranno troppo al fresco non si godranno più il caldo e lo vivranno sempre e solo come un disagio da evitare.

Infondo l’educazione è anche questione di… aria condizionata.

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