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La sala d'attesa e l'indifferenza iperconnessa.

 

La sala d’attesa di un ospedale, di uno studio, di una stazione sono il luogo in cui si attende con pazienza (a volta con moltissima pazienza!) il proprio turno. In passato spesso erano luogo di relazione, di cortesia e saluto; oggi sono principalmente luoghi di connessione. Ogni volta che c’è da aspettare, quasi a seguire un'ipotetico manuale delle istruzioni, estraiamo i nostri smartphone e li consultiamo compulsivamente. Non ne abbiamo alcuna necessità contingente, ma ci mettiamo ad aggiornare i nostri status, inviamo messaggi a persone che non sono lì con noi, esaminiamo i profili social e alle volte ci mettiamo anche a ridere da soli davanti ad un video, passando per mezzi matti.

Ecco oggi mi trovavo proprio in una situazione del genere, quando d’un tratto un distinto 96enne, elegante, cortese, lucido, dall'eloquio impeccabile, che accompagnava il figlio 63enne (e messo di gran lunga peggio del padre!) a fare una radiografia, ha sparigliato le carte, rivolgendosi (e quindi entrando in relazione) all’unico straniero presente tra di noi. Fino a quel momento non ci eravamo quasi guardati in faccia. Non avrei potuto nemmeno dirvi chi era seduto accanto a me. Ma quel gesto è stato un lampo nella notte e ha spezzato l’indifferenza iperconnessa nella quale eravamo tutti assorti.

Sentendogli dichiarare, in un perfetto Inglese, la sua età, mi sono voltato verso di lui complimentandomi e così abbiamo incominciato a parlare: mi ha raccontato di essere stato fatto prigioniero nella battaglia di El Alamein (!!!) e poi condotto ai lavori forzati prima in India e poi in Inghilterra. Ha impiegato 7 anni per tornare a casa da quella guerra e quella guerra lo ha cambiato per sempre.

Mi ha raccontato del suo lavoro nelle cave indiane a 54°C, dell’odore acre della pietra e della polvere, della fede che lo ha tenuto in vita. Più il suo racconto andava avanti, più speravo non smettesse, come quando sei davanti ad un film e vorresti che non finisse mai.

Con le sue parole riusciva a rievocare le immagini dal suo passato, quasi fossimo (perché a quel punto tutta la sala si era ammutolita ad ascoltarlo) al cinema.

Belli questi vecchi, pieni di Storia (con la S maiuscola) vissuta sulla pelle, nascosta tra le pieghe dei loro volti. Sono un patrimonio di tutti, questi vecchi: dovremmo portarli nelle scuole, farli parlare con i ragazzi (e non solo per il Giorno della Memoria o iniziative simili): sono testimoni viventi di un tempo che, è vero, non c'è più ma in realtà esiste ancora sotto altre forme in tante parti del mondo. E soprattutto esiste dentro ciascuno di noi.

Dovremmo insegnare ai nostri figli quanto possono imparare da persone così, senza dover interrogare Google; dovremmo valorizzare di più queste vite con le loro storie per arricchire le vite dei più giovani di esperienze che nessun libro, nessun film e nessun social potranno mai dare loro.

Stiamo perdendo il gusto alla relazione vera, quella fatta di occhi, di gesti, di voci, di odori; abbiamo paura di relazionarci con chi non conosciamo e spesso dietro a chi non conosciamo si celano tesori immensi.

Probabilmente non rivedrò mai più questo simpatico vecchietto, ma il suo sguardo e le sue parole resteranno indelebili nel mio cuore, molto più che un like nella memoria di un hard disk.

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